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mercoledì 9 maggio 2012

Lo strano patto di Grim Reaper


L'altra sera ho avuto una illuminazione! 
Sono quattro anni che ho il blocco dello scrittore e che ogni tanto penso di avere idee geniali, che scrivo i primi due paragrafi e poi mi blocco...non so più come andare avanti. 
Adesso però sono partita a ruota libera. 
Ho scritto cinque pagine di un primo capitolo/prologo e non riesco a fermarmi.
Lo posto, attendendo commenti ( buoni o cattivi, fate vobis, basta che arrivino)! Buona lettura! :) 






I raggi della luna filtravano svogliatamente fra le fitte fronde degli alberi, i quali, disposti ordinatamente lungo il viale principale del bosco, permettevano al suolo di truccarsi con pennellate irregolari e argentee.    I sassolini che erano riusciti ad arrampicarsi sulle collinette, per quanto si sforzassero di rimanere ben saldi nella loro postazione, rotolavano rovinosamente verso il basso, prede della forza di gravità. 
Inaspettatamente una altezzosa civetta spezzò il tacito silenzio, librandosi in aria ad ali spiegate e posandosi, dopo alcune piroette su se stessa, ai piedi di un pergolato di spine e more.
Scrutava con circospezione tutto ciò che aveva intorno, assicurandosi che la situazione fosse sotto controllo al fine di serrare le enormi iridi e rilassarsi. Gonfiava le piume,  sempre con aria altera, riparandosi dal freddo della notte quando, quasi per dispetto, una mora le cadde sul capo scomponendo il suo rigore imperturbabile. La civetta, evidentemente contrariata, non perse occasione per replicare, schioccando violentemente il becco verso quel frutto di bosco, ormai immoto al suo fianco. La mora, dal canto suo, non ebbe l'opportunità di rispondere alle provocazioni poiché, come il volatile riprese il volo, lo spostamento d'aria la spinse nelle gelide acque del torrente. 
Diventata una momentanea compagna di giochi di un gruppo di girini, continuò il suo viaggio oltrepassando piccole cascate, nuotando in pozze naturali e zigzagando fra gli ostacoli del percorso. La sua corsa accelerò fino a diventare velocissima, difficile da seguire se non si possedeva un'innata attenzione per i particolari; poi però, improvvisamente, fu bloccata. La piccola pallina di bozzi viola rimbalzò su qualcosa, si fermò e riprese il cammino accarezzando leggermente il suo bordo, disegnando la sua silhouette, rientrando fra l'avvallamento creato dallo spazio tra pollice e indice, sbattendo poi sul medio e infine schizzando via, verso la foce del fiume.
Il penetrante odore della vegetazione inumidita dalle temperature notturne nascondeva l’agrodolce olezzo di sangue che, lentamente, appesantiva l’ambiente. 
Il corpo esanime di un ragazzo appena adolescente giaceva dimesso fra le grandi rocce che si affacciavano al corso d’acqua. Metà del suo viso, contratto in un’espressione spaventata, era immerso in quel fiume gelido che portava con se verso l’estuario il sangue colatogli dalla fronte. Il suo braccio bianchiccio si sporgeva in direzione dell’altra riva, come se stesse vanamente chiedendo aiuto alla donna nascosta sotto le fronde di un castagno. La sua testa cadeva mollemente verso la spada che le aveva trafitto mortalmente il ventre: i suoi piedi affondavano in una pozza di sangue e viscere.
In quel luogo, testimone di orrori e morte, il suono ripetitivo del ruscello sembrava essere l’unica cosa viva. Celata dalla luce argentea della Luna, una figura indistinta era accovacciata fra alcuni rovi. Immobile stringeva rigidamente al petto il corpo di una bambina dai corti capelli ricci. Delicatamente le baciò la fronte, sperando che si lamentasse come suo solito di quelle smancerie. 
Solo il fragore dell’acqua fra le rocce.
Si alzò lentamente, abbracciandola con maggior vigore, iniziando a farsi strada fra quegli arbusti spinosi. Si trascinava nell’ombra con cautela, stando ben attenta a fiutare ogni singolo, piccolo ed impercettibile spostamento d’aria. 
Le gambe nude della bambina le colpivano il fianco, squarciato da una larga ferita sanguinante che sporcava di rosso la pelle della piccola; ad ogni nuovo passo era costretta ad ingoiare urla di dolore.
Quando le spesse spine le intrappolavano lo stivale, maltrattando il cuoio di cui era rivestito, doveva strattonarlo violentemente,  facendo danzare i suoi lunghi capelli ramati sotto quella luce lattea, dalla quale scappava furtivamente . L’ombra che le permetteva l’anonimato si esauriva progressivamente, costringendola ad uscire allo scoperto.

I lineamenti del suo viso erano appesantiti da una spesso strato di fango secco miscelato a sangue che rendeva impossibile comprendere chi fosse.  Tirò la manica dell’abito fino alle nocche sbarazzandosi, poco elegantemente, dei residui di terra sulle labbra rosate. 

Quell’odore acre ora era sempre più forte e caldo, così lacerante da sbatterle in faccia la cruda realtà: era sola, senza un piano e senza una meta. Stringeva imperterrita fra le braccia il corpo inerte della cuginetta e aveva perso di vista suo padre non appena finì l’agguato. 
Osservò il cadavere del ragazzo lasciarsi cullare dall’acqua;  i suoi capelli danzare su quello specchio immacolato, la calma esalare dalla sua staticità innaturale. Rimase ipnotizzata dalla sua mano tesa verso quella che doveva essere stata la madre o la sorella. Qualcuno di cui si fidava e che non era riuscito a proteggerlo. Accarezzò la testa della cuginetta.
Non sarebbe stato il suo abbraccio a riportarla in vita. 
Si avvicinò al corpo del ragazzo, abbassandosi quel poco per permetterle di far sdraiare la bambina al suo fianco. 
Si girò di scatto, concentrandosi solo sulla strada da percorrere per uscire da quel luogo maledetto. Aveva il fiatone e la vista appannata; il fango le irritava le guance e il sudore le imperlava la schiena. Risalì il fiume per un tempo estenuante ed interminabile finché la monotonia del suo vagare fu interrotta da una nuvola di fumo grigio in lontananza.
“Arrivo” bisbigliò la ragazza irradiata di nuova speranza e coraggio.

Tanta era la felicità che quasi non badava più al dolore lancinante del fianco e alla fatica che gravava sulle sue gambe, graffiate dai rovi. Sarebbe riuscita a raggiungere la meta,  avrebbe mangiato un pasto caldo, si sarebbe rinfrescata con un bagno e finalmente si sarebbe potuta abbandonare su un letto.
Al culmine della salita, la vista di un enorme portone, decorato di alloro profumato, confortò lo spirito della ragazza e sollevò l’olfatto, provato dal fetore della morte.

La fragranza di quella pianta aromatica le fece sentire il necessario bisogno di appoggiare la mano lungo la via sinuosa ed ingarbugliata dei fragili tronchi incastonati nel legno massiccio della porta d’ingresso. Avvicinò le dita al naso, assaporando il piacevole odore della sua pelle. 
Sorrise, ricordando quanto le piacesse stare fra la natura. Caricandosi di una nuova energia spinse il portone con la spalla, sperando che si sarebbe aperto subito.
Non appena lo sfiorò, sentì il soave cigolio dei cardini accompagnato da un cono di luce apertosi sul terreno, pronto a scalfirle lo stivale.  
Entrò in un castello, completamente abbandonato. 
Le insegne dei negozi , alcune delle quali decorate con cura maniacale, dondolavano dolcemente sospinte da una leggera brezza. Delle porte erano violentemente spalancate, mostrando quanto al loro interno la solitudine e il silenzio si facessero compagnia. 
Delusa guardò davanti a se, accorgendosi che a pochi metri la lunga via principale si sarebbe diramava in un bivio: a destra degli ampi scalini salivano verso la fortezza, a sinistra la strada si snodava in viottoli irregolari. 
Riprese il passo , ascoltando il frastuono del nulla, posticipando la sua decisione ad un altro momento, quando l’irruenza di un rumore le fece balzare il cuore in gola.
Il fastidioso fremito metallico di una lama che graffia impunemente il muro di pietre.  

Corse immediatamente fra le ombre del portico alla sua destra, spingendosi contro la parete.
Tese le orecchie capendo che chi impugnava quel coltello si era accorto della sua presenza.  

Con ogni muscolo del suo corpo in tensione, abbandonò la testa all’indietro, serrando i denti.  Ad ogni stridio della lama dei brividi le percorrevano la schiena , drizzandole i capelli sulla nuca.
Arrendersi o lottare. Queste erano le alternative.

Inaspettatamente però  il rumore cessò.  Attonita da quel cambio di rotta drizzò di scatto il capo e con fare guardingo si assicurò che non ci fosse nessuno. 
La sua mente iniziava a giocarle strani scherzi. 
Cautamente si staccò dal muro per riprendere a camminare, stando bene attenta a non calpestare alcun ramoscello secco e cercando di contenere il respiro affannoso ma ecco che un altro rumore travolse i nervi della ragazza.
La risata di un bambino.

Il sorriso della cuginetta riaffiorò nella sua memoria. Ebbe addirittura l’impressione che fosse di nuovo lì, attaccata al suo vestito, pregandola di giocare ancora per poco.
Balzò allo scoperto cercando la fonte di quella risata.
Di colpo si bloccò in mezzo alla piazza.

Lo stridio del pugnale tornò, più forte di prima. 

Lo sentiva vicinissimo, aveva capito che le sarebbe bastato avanzare di qualche metro per scoprire chi fosse il proprietario di quell’arma.
Aveva paura. Era esausta.

Durante l’agguato che li sorprese al fiume, mentre si difendeva e proteggeva sua cugina, la sua attenzione fu colpita da uno dei suoi aggressori. Non sembrava un guerriero ma piuttosto un contadino che non vedeva l’ora di fuggire da quel campo. Eppure, da quel che ricordava, era stato proprio lui a scovarli ed attaccarli. 
La colpa fu sua. 
Un moto di ira vendicativa spinse ogni suo muscolo alla sete di sangue. Doveva trovarlo, ora! 
Quel vile era fuggito non appena ne ebbe occasione, fuggendo dalla sua vista. Era scappato fra la folta vegetazione come un coniglio. Era sparito. Dissolto nel nulla.
Persa nei suoi pensieri non si accorse subito che lo stridio era nuovamente cessato. Qualcosa non andava.
Si lasciò andare lungo la parete, ispida di edera, gustandosi una momentanea ed inaspettata tranquillità.
In quel momento, se non fosse stata così nervosa ed in tensione, avrebbe potuto percepire il singolo movimento di una foglia staccarsi dall’albero e danzare col vento fra le sterpaglie. 

Chiuse gli occhi, illudendosi che le carezze dei suoi capelli sulle braccia, fossero gesti delicati di una persona. Si portò la mano al collo scendendo delicatamente sul decolté, dal quale penzolava una leggera catenina di buon fregio. 
Due mani le cinsero i polsi in una maniera così delicata che dalle sue labbra uscì un nome che credeva di aver dimenticato. 
Un sorriso le si allargò sul viso. Era passato così tanto tempo.
Aprì gli occhi, rendendosi conto che dinanzi a lei vi era colui che aveva aizzato l’agguato.

Lo scostò con disgusto, mettendogli violentemente una mano intorno al collo. 

Il suo sguardo non era spaventato ne tantomeno timoroso quanto oscillava fra un sentimento di dispiacere e tenerezza. Per quanto lei irrigidisse la presa, per quanto le sue forze glielo permettessero, lui non sembrava soffocare . Sorrideva intenerito della sua giovane età e della sua irruenza piena di vita.
Esausta prese fiato – che vuoi da me – gli chiese a muso duro.

Lui, a sorpresa, le allontanò un capello dagli occhi corrugati e minacciosi. 
Una mossa che la sbigottì quanto le ammontò ulteriore rabbia; una rabbia che non faceva altro che mozzarle il fiato, ricordandole quanto fosse malmessa.
- Cosa vuoi da me! – scandì con maggior foga, con sofferenza malcelata.
- Seguimi, ti dirò tutto. -

- Non ti seguirò da nessuna parte! – esclamò piena di ira, iniziando a sentire la sua presa vacillare. 
La sua attenzione fu attirata dallo scintillio di una lama. Il suo secondo pugnale.
Quella vista la rinvigorì al punto di sbatterlo contro il muro, riprendersi il pugnale e puntarglielo al collo tremante.
- Cosa vuoi da me – gli urlò addosso a denti scoperti, come se volesse morderlo da un momento all’altro.

- Voglio darti una possibilità! -
- Dov’è mio padre? –

- E’ dove ha deciso di essere! Lui ha preferito non prenderla –
Lei respirò cercando di mantenere la pazienza, allentò un po’ la presa per poi tornare a spingere la lama lungo la carotide , ancora più minacciosa di prima.

- Parla. –
- Seguimi. – la incalzò lui.

- Mai. – rispose ferma
- Fallo! – i due si guardarono intensamente e infine lei abbassò le armi, assecondandolo. 

Lo seguiva in silenzio, controllando le condizioni delle ferite. Avrebbe solo voluto stendersi, bere, mangiare un frutto, rinfrescarsi e dormire, invece doveva seguirlo per chissà quale altra trappola. 
Il suo istinto diceva di fidarsi ma lei, in cuor suo, lo avrebbe solo voluto uccidere .
Avanzavano in silenzio, lei alcuni passi dietro a lui, il quale però ogni tanto si girava per accertarsi della sua salute. La ispezionava sempre con quell’aria tenera, alla quale lei rispondeva con sguardo torvo. 
Vedendola barcollare le porse la mano, prevedendo che sarebbe crollata da un momento all’altro se non si fosse sorretta a qualcosa, ma lei rifiutò piena di orgoglio.
Quel contadino  sembrava conoscere veramente bene il castello. Forse era un abitante di quella roccaforte, forse anche lui, come lei , aveva perso qualcuno.
Quel pensiero sembrò corroderla a tal punto da farla crollare al suolo. Il vile corse subito in suo soccorso. La rialzò sorreggendola e facendo attenzione a non toccarle la ferita sul fianco. Infine la rassicurò di essere quasi arrivati. Lei annuì.

Poco dopo arrivarono davanti ad una casupola dai muri aranciati. Al suo interno erano disposte disordinatamente delle lunghe tavolate impolverate. Lilith fu delusa di non trovare il tipico calore che era abituata a provare ogni volta che entrava nella mensa. 
Fu accuratamente sdraiata su una panca ma i polmoni la facevano urlare, così preferì sedersi.
Ora avrebbe solo voluto che lui iniziasse a parlare, senza fermarsi un attimo, e che rispondesse alle domande che non aveva il fiato di porgli; invece il silenzio. 
Si era seduto sulla panca difronte alla sua, poggiando i gomiti sul tavolo e reggendosi la testa con le mani. La osservava, la scrutava nel dettaglio esordendo alla fine con una esclamazione che lasciò allibita.
- Devo ammettere che hai una fervida fantasia! – disse mostrandosi compiaciuto.
Lei strizzò più volte le palpebre senza riuscire a comprendere. Poi, di scatto, lui si alzò girando su se stesso e iniziando a camminare fra i tavoli, togliendo con il dito la polvere depositata sulla loro superfice. 

In realtà non sapeva bene neanche lui da dove iniziare. Era sempre difficile trovare le parole.
Lei lo seguiva distrattamente con lo sguardo, attendendo che riprendesse a parlare.

Per il nervosismo riportò la mano al ciondolo, trovando una momentanea pace interiore.  
Sospirò scocciata.

Lui la guardava e riguardava senza darsi pace. Era così giovane. Così vitale e combattiva.
Infine le si avvicinò arrivando a pochi centimetri dal suo viso. La guardò fisso negli occhi aspettando che lei abbassasse lo sguardo, cosa che non accadde.

Si distanziò un poco, creando poi con il dito un cerchio intorno alla sua faccia ed intimandola di osservarlo.
- Guardami. – 

Lei inarcò le sopracciglia pensando fosse pazzo.
- Agata guardami. –

- Mi chiamo Lilith. - si limitò a rispondere. 
- Agata… guardami… - la implorò. 
Obbedì con superficialità, guardando i suoi tratti scuri, un viso magro dal mento leggermente appuntito e delle zampette di gallina intorno agli occhi, ma niente le riaffiorava alla mente. 
L’uomo preda di un altro impeto si allontanò da lei.
Lei si portò le mani fra i capelli, spazientita dalla situazione e da quella conversazione che sembrava non arrivare mai ad un punto, sentendoli setosi, come appena puliti scorrere fra le dita che ora non erano più incrostate di fango e terra. Sbalordita si alzò dirigendosi verso un pentolame argenteo. L’uomo non si scompose. 
Si specchiò osservando il suo viso pulito e il suo vestito immacolato, come nuovo. 
Non sentiva neanche più l’odore rancido di sangue.
Si girò verso di lui. 
- Agata – ripeté, mandandola in bestia. 
Lilith iniziò ad urlare il suo nome, che non era quello che lui si ostinava a ripetere. Non sapeva chi fosse quell’Agata, non sapeva a chi si riferisse.
- Basta! – urlò, piantando il pugnale sul legno marcio del tavolo. 
Rimase in tensione per qualche attimo stringendo con tutte le forze il manico intarsiato di sassi di fiume.
I suoi muscoli tremavano nel loro nuovo ed inaspettato vigore. Lui le si avvicinò portandole la mano intorno alla sua.
Le sue dita avevano un aspetto rassicurante. 
Lo guardò rimanendo del tutto sbigottita. Ora non aveva più quel vile davanti a se ma una persona che credeva di aver dimenticato. Felice gli saltò addosso cingendogli il collo con le braccia. Lo stringeva così forte a sé da poter sentire il suo battito cardiaco, una palpitio che in quel momento le sembrò la cosa più bella del mondo.
- Xandir… - gli bisbigliò all’orecchio tenendolo saldo al suo corpo. Il calore che emanava la tranquillizzava e la faceva sentire di nuovo piccola, quando amava giocare davanti al camino con i suoi fratelli. 
Lui dopo poco la scostò, prendendole il mento fra il pollice e l’indice ed alzando il suo viso dritto nei suoi occhi verdi. 
Aveva uno sguardo pacifico, sembrava gli volesse comunicare qualcosa di importante. 
Riabbassò il viso e le baciò la testa accarezzandole la nuca, giocando con i suoi capelli fini che si incastravano e tiravano le pellicine.
La strinse al petto portando poi le mani alla sua schiena ed iniziando a sbottonare delicatamente il vestito da viaggio. Lilith era attonita ma non reagì, lasciando che arrivasse ai buchi di Venere. Le accarezzò la schiena risalendo fino alle spalle e togliendole il vestito, sempre con la solita delicatezza. Lei gli agevolò il lavoro abbassando una spalla e poi l’altra, socchiudendo appena gli occhi alle carezze del suo abito scivolato ormai ai piedi.
Sarebbe dovuta essere nuda ma sentiva la pressione di altri vestiti che non si ricordava di indossare. 
Xandir le accarezzò gli occhi pretendendo  che li aprisse. 
Agata era nervosa, così nervosa che una lacrima le rigò la guancia destra. Ripeteva a bassa voce che non lo accettava , non voleva accettarlo.
Si accovacciò al suolo stringendo nel pugno la collana che le penzolava dal collo e che aveva l’abitudine di riposare fra le scollature delle camice e T-shirt che lei tanto amava portare. 
Si piegò su se stessa, come se fosse un uovo, stringendo sempre più forte il ciondolo, strizzando gli occhi che sentiva potevano scoppiare da un momento all’altro. 
Xandir si abbassò su di lei, ora le sue mani erano tornate ad essere quelle del vile.
Le poggiò una mano sulla gamba, permettendo che lei notasse la fede all’anulare e i gemelli della camicia che indossava.
- Ricordi ora? – lei continuò il suo mutismo, bagnando con le lacrime i jeans attillati. –ognuno interiorizza, immagina e crea a modo suo. Ed è così facile trovare delle situazioni simili alle tue. Voi giovani non volete accettare l’idea di morire, anche a costo di rimanere intrappolati nella vostra fantasia… - lei singhiozzava silenziosamente. – hai capito di cosa sto parlando? – attese qualche secondo per poi riprendere – Agata devi rispondermi, hai capito? – chiese nuovamente, questa volta però lei mosse in assenso la testa.
Gli attimi che seguirono furono di un semplice e violento silenzio, dove solo il vento sembrava far valere la sua voce.