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venerdì 24 agosto 2012

Virus

Buongiorno! Stamattina, stranamente sono mattiniera, voglio postarvi una storiella di 10.000 battute ( spazio e punteggiatura inclusi ) che avevo scritto per il concorso letterario "DONNE CHE FANNO TESTO..." .
Se va o non va sono comunque soddisfatta del mio lavoro :D Buona lettura!


VIRUS


Un chiaro ed argenteo bagliore lunare descriveva minuziosamente il profilo sgraziato del mio ospite, addormentato in posizione fetale sul suo materasso ortopedico.
Quella sera, a differenza delle precedenti, non lo rallegrai con la mia molesta presenza, permettendogli così un sonno beato.Non crediate che la mia indulgenza fossecausatada un moto di pentimento: ero semplicemente distratto dai miei pensieri.
Qualche ora prima, mentre fuggivo dagli anticorpi, mi ero imbattuto nella retina e decisi quindi di cogliere l’occasione per osservare le attitudini del mio ospite.
Solitamente studio il tipo di persona dalle sue abitudini alimentari, essendo un virus intestinale ho una certa esperienza in questo settore, ma la mia forte curiosità preferisce sempre vedere e sentire.
Fu così che da Lorenzo, giovane assistente universitario se non mio precedente acculturato ospite, appresi molte nozioni, tanto di carattere culturale quanto sociale. Con lui compresi quanto fosse usuale parlare con una ragazza senza averla accanto, evitando il rischio di impappinarsi, dire la cosa sbagliata e risultare impacciato. Si chiamava Lea, studentessa all’ultimo anno di ingegneria informatica, e si scrivevano per ore in chat, decantando quanto un display rendesse libero il proprio animo dalle restrizioni sociali autoimposte.
Dal canto mio, preferisco sempre un caldo ed avvolgente bacio come espediente per il contagio. Purtroppo però, durante una sessione d’esami, per uno starnuto incontrollato, fui catapultato nel mio nuovo ospite. 
Non potevo immaginare contaminazione più ingloriosa.
Da quest’ultimo non imparai molto se non come trasformare un semplice mal di stomaco in un necrologio: compresi di essere per lo più un pretesto per giustificare un’indole lamentosa. Oltretutto la sua terribile ignoranza mi spacciò per una sospetta appendicite, fra doppie dimenticate, “k” esuberanti e emoticon esagerate.
La sostanza del mio fastidio era del tutto secondaria alla forma con la quale poteva descriverlo al peggio. In fin dei conti però il mio non era fra i destini più sfortunati, di sicuro molto di più lo è quello del virus dell’amore, del quale si narrano e ostentano storie inesistenti di personaggi valorosi, i quali al logout si rivelano essere semplici comparse della propria vita.
Al pari di ogni virus, di ogni natura e genere, il mio compito è sconvolgere uno stato di tranquillità, sfruttando i miei sintomi come monito del mio arrivo. Tutto questo dovrebbe procurare una consapevolezza ed una reazione. Eppure sembra più divertente non ascoltare i cambiamenti, minimizzarli o esagerarli purché la gente creda che sia sempre tutto perfettamente bello o brutto.
L’unica salute che sembra importante è quella del computer e se davvero fosse così allora voglio essere un virus informatico.

Tutto ad un tratto fu come se mi fossi riattivato; non mi ero neppure accorto fosse già passata la notte.
Con svogliatezza mi affacciai dalla pupilla, curioso di sapere se nel frattempo avesse capito che non potevo di certo essere un attacco di appendicite.
Purtroppo quando soggiorno nel bulbo oculare la mia permanenza ha sempre un tempo limitato prima che il prurito e il bruciore mi costringano ad allontanarmi.
“ Finalmente tutto passato!Addio virus intestinale “.
Mi incendiai di rabbia. Non potevo essere stato eliminato e se avevo ancora la facoltà cognitiva esistevo, come Lorenzo amava ripetere.
La mia rabbia crebbe al punto che mi sentii esplodere.
Invece, improvvisamente, fu il buio.
Mi sentivo legato, in trappola, incapace di muovermi. Lo avevo forse ucciso? 
Solitamente non ero un assassino.
Poi il nulla fu sferzato da una barra bianca lampeggiante.
La guardai attentamente,impaurito dalla sua regolarità.
Bruscamente delle lettere bianche spinsero la barra verso destra. Lo schermo stava per essere riempito ed io pregai di non essere schiacciato.
La medicina si era evoluta al punto di divertirsi con i batteri prima di ucciderli.
Improvvisamente però un’esplosione di colori mi avvolse, immergendomi in uno scudo dalla tinta rossa e gialla: assomigliavo a un virus mal riuscito di influenza ed il risultato dell’epatite.
I miei affanni non terminarono lì.
Fu la volta di un foglio di carta, malmesso e stropicciato, che mi chiese cortesemente di passare poiché non mi ero accorto stessi ostruendo il passaggio per il cestino. Mi spostai con parvenza disinvolta lasciando che andasse incontro al suo destino. Credendo sarebbe stato un caso isolato mi rimisi nella posizione iniziale ma inaspettatamente una massa informe di immagini, suoni, cartelle e fogli , tutti malconci e corrotti, correvano imbestialiti nella mia direzione.
Delle luci rosse con una paletta monitoravano dall’alto l’operazione.
Seppur non conoscessi affatto quegli strani esseri, la loro ferocia mi diede l’impressione di essere in pericolo. Mi tuffai nella prima cartella utile, in cui riposavano dei file html, ognuno dei quali raccoglieva frasi, aforismi e conversazioni fra nickname.
Il mio cuore pulsava come quello del protagonista di un thriller che Lea amava consigliare a Lorenzo.
La prima volta che gliene parlò fu la sera in cui si conobbero. Distratta dalla passione per la trama di quel libro bevve dal boccale del ragazzo.Quando se ne accorse, ridendo gli poggiò una mano sul braccio. Ero in incubazione ma l’improvviso capovolgimento dello stomaco di Lorenzo fu palpabile.
Il suo corpo era avvampato in un attimo.
Il calore.
Come avevo fatto a non accorgermene prima.
Non ero più nel corpo del mio ospite, ero nel suo computer!
Ero un virus informatico ed ero stato io a provocare il blackout che aveva azionato gli antivirus.
La mia felicità era proporzionale a quanti nuovi progetti avevo in mente: per prima cosa avrei mandato in ebollizione il computer del mio ex ospite lamentoso, più per antipatia che altro; poi quelli di tutto il mondo.
Le persone dovevano tornare a occuparsi con attenzione delle cose reali.
Esplorare il mondo non dalle foto degli altri. Percepire le leggere variazioni di voce dell’interlocutore. Scrutare i suoi movimenti. Ridere della sua goffaggine e sentire lentamente il cuore battere per uno sguardo che non fosse misurato in pollici.
Se ero diventato, oltre ad ogni mio più grande desiderio, un virus informatico, probabilmente ero anche potentissimo.
Eppure nel mio diabolico piano c’era qualcosa che non mi convinceva.
La loro astinenza da tastiera sarebbe durata il tempo di un reset o dell’acquisto di un nuovo PC. Avrei dato motivo per nuove lamentele su quanto fosse stato difficile vivere quella giornata senza computer. Dovevo fare qualcosa di più modesto che conciliasse con i miei desideri e che avesse un effetto visibile.
Rovistai freneticamente fra alcuni file cercando ispirazione finché non fui attratto da una parola. “Ripetizioni”.
Iniziavo a delineare una strategia, forse con qualche sfumatura da sceneggiatura cinematografica ma che a parere di un virus, che stava imparando a pensare, era geniale.
Creai una nuova ed innocua copia di me con allegato un testo, composto dalle parole che pescai nei vari file dell’hard-disk, come un grande collage. Poi fu la volta della copia letale e distruttiva, la quale una volta terminata fu detonata.
Con lo scoppio, aggrappato alla mia docile copia, fui catapultato nella rete, lasciando dietro di me il ricordo di un pc funzionante.
Arrivato a destinazione spacciai il mio alter-ego per la risposta di un annuncio internet di ripetizioni.
Lorenzo era laureato in storia ma sbadato in informatica, non avrebbe mai scoperto la mia natura. Come aprì l’email fui di nuovo catapultato attraverso una fitta rete di pacchetti.
Dopo poco mi trovai a sobbalzare nello smartphone nella tasca degli shorts di Lea.
Non avendo programmato come sarebbe continuata la strategia, mi affidai alla creativa improvvisazione.
Diedi una rapida occhiata ai suoi dati telefonici e al profilo facebook.
Nulla di curioso, eccetto qualche divertente battuta riferita a serate e pomeriggi con gli amici e l’appello disperato di una sua amica alla quale la lavanderia diede il ben servito. Per fortuna Lea aveva portato il vestito da cerimonia prima che la sbadata addetta iniziasse a lavorare nel negozio. Andai nel panico, avrei dovuto ambire a rimanermene tranquillo nello stomaco della gente sperando che al massimo potessi causare una lavanda gastrica.
Lavanda gastrica.
Idea!
Sarei dovuto entrare nella pagina della lavanderia per poi dirottare semplicemente uno di quei messaggi di scuse alla posta privata di Lea.Ormai avevo una certa dimestichezza nel muovermi nella rete: arrivai a destinazione in un istante e ancora più facile fu attuare al seconda parte del piano.
Non sentii cosa disse quando lesse il messaggio ma dalla velocità con la quale mi rimise in tasca capì che stava correndo alla lavanderia, sperando che il vestito che le avevano prestato non si fosse rovinato troppo. Saltavo così forte da aver paura di essere catapultato fuori e cadere in strada, per questo mi trasferii nell’i-phone di Lorenzo.
Era davanti al citofono del numero civico che gli avevo consegnato, leggendo attentamente ogni cognome, infastidito dal fatto che non trovasse l’interno che gli era stato indicato.
“Che ci fai qui?” chiese con un gran sorriso solare una ragazza che stringeva in mano un’enorme busta rigonfia.
“Ciao! “ la salutò piuttosto spiazzato  “devo dare ripetizioni a un ragazzo all’interno 14.Tu come mai qui?”
“Abito qui! Sai, ero all’università ma la lavanderia mi ha avvisato che avevano avuto un problema con i macchinari e che molti vestiti si erano rovinati nel lavaggio. Credo si siano sbagliati perché il mio per fortuna era già pronto da due giorni.” seguì un attimo di silenzio “che civico hai detto?”
“14! ”
“Credo che ti sia sbagliato, qui arriva fino al 13”
Lui prese velocemente il telefono; entrò nella posta elettronica accorgendosi che l’email incriminata si era cancellata.
Alzò le spalle e si girò verso la macchina, la fissò per pochi secondi finché un leggero sorriso lo distrasse dai probabili impegni che avrebbe potuto posticipare.
“ Ti va un caffè?”